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Sindrome di Asherman: la guida. Seconda parte

Abbiamo parlato della sindrome di Asherman e delle sue cause e sintomi più comuni, ora parliamo della diagnosi e della terapia possibile per sconfiggere questa patologia.

Se hai perso la prima parte della nostra guida, cercala per avere un quadro completo della situazione. In questo modo potrai conoscere e capire la sindrome e imparare a riconoscerne gli eventuali sintomi.

Diagnosi

La diagnosi della sindrome viene fatta in genere se la donna accusa assenza del ciclo mestruale anche accompagnata da forti dolori addominali. In questo caso il ginecologo può consigliare un esame specifico per diagnosticare il disturbo.

Lo strumento utilizzato per la diagnosi è l’isterosalpingografi, o una sonoisterografia, oppure una isteroscopia diagnostica. L’isteroscopia diagnostica è un intervento non invasivo utile a scoprire la sindrome, si utilizza una piccola telecamera che entra nel collo dell’utero e individua le eventuali occlusioni.

Una volta confermata la diagnosi della sindrome, in genere il ginecologo si consulta con un endocrinologo e con un medico specializzato in chirurgia laparoscopica per provvedere.

Se trascurata il rischio di aborti frequenti o di infertilità è alto. Meglio provvedere immediatamente per evitare i vari disturbi legati alla sfera riproduttiva.

Terapia

La sindrome di Asherman può essere curata solo con la rimozione delle aderenze per via chirurgica. Per eliminare le aderenze e/o il tessuto cicatriziale ella cavità uterina si effettua una isteroscopia con l’utilizzo dell’isteroscopio per osservare il campo chirurgico e per permettere al chirurgo di utilizzare forbici per asportare l’occlusione.

Anche il resettoscopio è un altro strumento che in genere si utilizza durante questi interventi dato che consente di tagliare e di coagulare contemporaneamente.

Dopo l’intervento viene applicato una sorta di palloncino nell’utero in modo da tenere separate le pareti dell’utero e non permettergli di aderire durante il recupero e la cicatrizzazione.

In genere il palloncino resta nell’utero per una settimana o due settimane al massimo. Durante il periodo va seguita una cura antibiotica per prevenire una infezione e una a base di estrogeni e progesterone.

La donna deve eseguire controlli periodici a seguito dell’intervento dato che la sindrome può ripresentarsi e causare di nuovo gli stessi problemi e occlusioni.

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